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Lo Stemma

Stemma di Cesena
Stemma di Cesena

È risaputo che il nero e il bianco dello stemma di Cesena rappresentino la pacificazione tra Ghibellini e Guelfi, così come il capo d'Angiò stia ad indicare l'appartenenza guelfa. Meno noto, probabilmente, è che la dentellatura abbia origini malatestiane.
Ma soprattutto competenza di pochi è il fatto che il nero e l'argento (in araldica, bianco è argento) costituiscano i colori che contraddistinguono Cesena fin dal '300 e l'età malatestiana, che pur vide il trionfo dei colori dei Signori (in principal modo, rosso, verde e bianco-argento), li vide mantenere la loro attribuzione di colori della città, e così fino ai gironi nostri.
Ma qual è l'origine storica dei due colori?
E quale quella delle altre parti che compongono lo stemma di Cesena?

 

Descrizione dello stemma

Come sancito dal Decreto Regio del 24 aprile 1927, la corretta blasonatura araldica dello stemma di Cesena è "troncato di nero e d'argento, alla bordura dentata di nero e d'oro, col capo di Angiò". La forma dello scudo è sannitica, sormontato da corona murale turrita, mentre detto "capo d'Angiò" è costituito da lambello (tipo di rastrello) a quattro denti, in rosso, e tre gigli dorati di Francia (in araldica, fiordalisi), il tutto in campo azzurro. La dentellatura è a triangoli alternati nero e oro.
Sulle vicende storiche che riguardano lo stemma di Cesena molto si deve a Manlio Dazzi, bibliotecario della Malatestiana negli anni '20 e '30 del '900, che in "Della Nobiltà di Cesena e dei suoi Segni" (1926) realizza l'ultimo studio storico corposo che sia giunto a noi su questo argomento, riprendendo tra l'altro precedenti studi di Raimondo Zazzeri e Luigi Piccioni.
 
 

 

Origine storica dello stemma

Il più antico stemma di Cesena di cui si abbia notizia doveva avere la forma di un castello con due torri, in campo azzurro, con stella in oro e chiavi di S. Pietro. Con ogni probabilità dovette essere lo stemma della città fino alla metà del XIII secolo, quando intercorsero le vicende storiche che portarono poi allo stemma attuale.
A questo va premesso che l'origine storica dello stemma cesenate, sia della bipartizione che del capo d'Angiò, era, fino alla fine del secolo scorso, ammantata di leggenda, e la si faceva risalire a Dante Alighieri. Egli, probabilmente nel 1318, avrebbe richiesto a Cesena uomini in soccorso dei Bianchi fiorentini in esilio e, ottenuto il loro ritorno in patria, avrebbe inteso premiare la città coi gigli fiorentini e i due emblemi delle parti in lotta, Bianchi e Neri.
Accantonata questa suggestiva ipotesi, le ricerche del Dazzi e dei suoi predecessori hanno portato ad una conclusione diversa, lontana dai discorsi fiorentini. Tutto ha inizio nel 1265, allorché la guelfa Cesena concede aiuti e uomini all'esercito che Carlo I d'Angiò, chiamato dal Papa in Italia, sta per impegnare contro le truppe imperiali sveve di Manfredi. Ottenuta la vittoria ed il Regno di Napoli, Carlo d'Angiò e i suoi successori intendono premiare quei Comuni che hanno patrocinato la sua spedizione, concedendo loro l'uso del campo coi tre fiordalisi, a perpetua indicazione dell'appartenenza guelfa del Comune.
Passano gli anni e Cesena conosce l'asprezza delle lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini. La Romagna è sotto il pericolo dell'Imperatore Arrigo VII ed il Papa nomina il Re di Napoli, Roberto d'Angiò, Rettore di Romagna. Nel 1310 quest'ultimo invia nelle nostre terre Nicola Caracciolo, suo Vicario, a porre rimedio alle decennali diatribe tra opposte fazioni. La sua opera è premiata dal successo e la raggiunta pacificazione dà occasione a Roberto d'Angiò di premiare, in segno di giubilo, Cesena concedendole di potersi fregiare di uno stemma in cui campeggino: la bipartizione nero-argentea in ricordo della pacificazione tra Ghibellini e Guelfi, e il capo d'Angiò in ricordo dei fatti del 1265 e della provata fede guelfa della città.
L'età malatestiana (1378-1465) porta i colori e gli emblemi dei Signori: a Cesena, in particolare, lo stemma dello steccato (nei tre colori araldici rosso, verde e argento) e l'impresa dell'elefante indiano hanno particolare diffusione. Ma quello che a noi interessa sono gli stemmi più antichi dei Malatesti, ossia le tre bande a scacchiera d'oro e di rosso in campo d'argento e le teste d'oro in campo verde; entrambi infatti risultano spesso racchiusi entro una bordura indentata d'oro e di nero.
E una variante di questa bordura (con l'argento al posto dell'oro) che, terminata la Signoria, torna in quello che Dazzi considera il primo e il più puro stemma di Cesena. Si tratta di uno stemma in forma sannitica presente nei "Capitoli dell'Arte della Lana" del 1470 e che, ampliato il campo d'Angiò (qui più ristretto dei due campi principali), eliminato un motivo vegetale iscritto nella bipartizione centrale e sostituito l'argento della dentellatura con l'oro, è del tutto simile all'odierno.
Nel corso dei secoli lo stemma della città subisce lievi modifiche, spesso dettate dal variare dei gusti stilistici o del contesto politico. A fine '500, ad esempio, prevale la forma accartocciata ovale, con capo d'Angiò elevato a terzo dello scudo e lambello in forma curvilinea; già scomparso il motivo vegetale originario. Nel '600 scompare il provvisoriamente il lambello e il campo nero è ridotto a sottile fascia, lasciando al capo d'Angiò e a quello bianco il posto preminente; una modifica, questa, che permane in tutto il '700. Tornato a fine' 700 il lambello, si giunge all'Unità d'Italia, allorché si torna alla bipartizione equa bianco-nera, con il capo angioino di uguale dimensione, e fa il suo ritorno l'originale bordura malatestiana.
Un Regio Decreto del 24 aprile 1927, infine, poi registrato in data 31 maggio presso il Registro Araldico dell'Archivio Centrale dello Stato, sancisce lo stemma ufficiale, oggi posto nel cuore del Gonfalone Comunale. 
 
 
Testi di Ivan Severi

 
 

 
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