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DIPINTI di Tommaso Magalotti

Alpini

Dal 28 aprile alla Galleria Comuanle d'Arte

Dipinti
Galleria Comunale d'arte, Palazzo del Ridotto
Inaugurazione sabato 28 aprile ore 18.00
Orari:  10.00-12.30/16.00-19.00 Lunedì Chiuso
 
TOMMASO MAGALOTTI (Cesena, 1937) da circa sessant'anni usa il linguaggio pittorico per esprimere sentimenti, stato d'animo, impressioni e passioni. Appena quindicenne, lo spostarsi in bicicletta dalle colline cesenati al mare, attrezzato di cavalletto e colori, era diventata un'esigenza per fissare sulla tela immagini e sensazioni che colpivano, finendo col premere dentro.
Nella giovinezza, quando alla pittura si associò l'amore e una passione profonda per la montagna e l'alpinismo, fu un moto spontaneo e naturale amalgamarne in un linguaggio espressivo pittorico nuovo, sia i valori formali che di contenuto.
Fu l'esperienza dei vent'anni come ufficiale di complemento negli Alpini (Brigata Tridentina) che dischiuse in lui l'esigenza - sempre  pittorica  -  di penetrare e cantare a suo modo l'epopea dei soldati della montagna, soprattutto nella loro ultima tragica esperienza di guerra (Russia 1941 - 1943). Era necessario fare emergere un'immensa sofferenza in cui non vennero mai meno i più alti valori umani e morali.
Sotteso a tutti questi momenti di pensiero e di costante lavoro lungo il corso dei tanti anni, sempre presente un  filo rosso conduttore: quello della fede, per attingere giorno per giorno dalla Verità il senso unico e fondamentale dell'esistenza e il suo fine ultimo.

 
 
 INTERROGANDOMI SUL "DIPINGERE"
 
Il mio lavoro come pittore?
Forse il tentativo - spesso non riuscito - a volte irraggiungibile, di dare forma e risposta a quello stato d'animo interiore che si interroga sul perché della vita, sul suo senso; soprattutto sul suo senso ultimo. Ed è come un naufragare nell'immaginario, in una specie di mare di pensieri e di sovrapposizioni in continuo sviluppo che non cessano, ponendoti di volta in volta davanti a nuove domande e a nuove tensioni. Sì, è vero, anche un paesaggio, anche una piccola natura morta o un semplice aspetto del lavoro quotidiano dell'uomo, possono interessarti e contenere nel profondo istanze del genere.  Anche dei fiori abbandonati, gettati e appassiti, o particolari di minime cose che sfuggono ai più, possono attirare la tua attenzione e diventare oggetto di una ricerca e di un approfondimento; di un interesse.
Non solo quindi i grandi temi storici, della fede, della natura, dell'uomo, possono portare con sé germi di un'arte. Essa in molti casi può farsi anche poesia del "piccolo", cioè di quanto comunemente potrebbe sembrare addirittura trascurabile, senza valore, senza senso.
Talvolta sono proprio i risultati ottenuti dall'analisi delle cose  più semplici che ti fanno interiormente sentire come il bene di un appagamento e danno sviluppo alla tua fantasia, al tuo pensiero. Piccole cose che ti accostano a quel senso di pace interiore, a quell'armonia in cui è possibile trovare la forza e le strade per affrontare anche i grandi temi e, attraverso essi, indagare il mistero profondo della tua anima; ti aiutano in qualche modo a dare timide risposte ai tanti perché non così chiari; ai numerosi interrogativi di sempre.
Tutto questo discorso potrebbe far pensare a un qualcosa che si limita al pensiero e all'interesse dell'autore: espressione d'arte come concretizzazione del proprio sentire, del proprio essere, in un cerchio chiuso che si avvolge e si esaurisce in se stesso.
Ma non è così. La solitudine dell'uomo non esiste, non può caratterizzare la sua natura.  
Se certi aspetti, certamente frequenti, li qualifichiamo come tali, dobbiamo classificarli esclusivamente come "patologie" dell'umanità.
L'uomo è per sua natura impregnato di comunicazione e la comunicazione ne genera altre e così via via all'infinito.
L'artista opera per sé per un'esigenza intima, personale, ma sempre (consciamente o meno) rivolto agli altri; per una trasmissione che si propaghi attraverso i risultati e le opere stesse. Altrimenti sarebbe sbagliato, o meglio, un non senso, affermare il concetto di universalità dell'arte che è da tutti riconosciuto. Diamo per scontato che l'opera d'arte è "linguaggio" ma per chi se non in un rapporto relazionale coi propri simili?
 
Il pittore espone anche. Mette in mostra, fa vedere le sue opere, il suo lavoro. All'occorrenza potrebbe esserci  un motivo economico, commerciale (c'è chi vive di pittura), ma la motivazione di partenza e fondamentale, la scelta di inizio,  sono sempre l'io e la comunicazione, l'io e la relazione.
D'altra parte sono proprio questi ultimi elementi che, casualmente, possono aprire all'altro motivo, quello commerciale, appunto.

L'artista quindi è veramente tale se le sue opere - esposte, messe a disposizione - aprono alla comunicazione e al dialogo.
Direi allora - aggiungendo qualcosa - che l'opera di un artista è valida in quanto ha sempre in sé spazi vuoti che possono, che devono in qualche modo essere riempiti dalla sensibilità, dalla lettura, dall'interpretazione e dal pensiero dello stesso interlocutore (fruitore).
Anche Mallarmé, in uno scritto ad un critico d'arte, affermava più o meno queste cose. In quel caso a proposito di poesia scritta.
 

Tommaso Magalotti

Info: tom.magalotti@tiscali.it