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CHIESA DEI SERVI
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Chiesa dei Servi: interno
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Secondo Francesco Zarletti la chiesa originaria risaliva a un'epoca
anteriore al XIII secolo. Il cronista riporta infatti la notizia
della sua ricostruzione nel 1240, intrapresa in occasione della
riedificazione del convento. L'ordine dei Servi di Maria vi si
insediò nel 1367. Nel 1483 la chiesa venne ricostruita perché
gravemente danneggiata da un terremoto e nel 1512 fu dotata di
cupola.
Verso la metà del Settecento si intraprese la totale ricostruzione
del complesso: la nuova chiesa fu edificata dal 1756 al 1765 su
progetto di Pietro Carlo Borboni.
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Al nipote di questi, Agostino Azzolini, fu invece
affidata la progettazione del grande convento, iniziato nel 1776
e lasciato incompiuto nel 1798 per l'arrivo delle truppe nepoleoniche.
Soppresso l'ordine monastico che lo abitava, l'edificio fu adibito
a usi civili (caserma, magazzini) e, per decenni, ospitò in misere
condizioni numerose famiglie. È oggi in parte adibito a usi scolastici.
La chiesa, invece, superò indenne il trauma della soppressione:
nel 1832 1 Missionari del Preziosissimo Sangue occuparono il complesso.
La chiesa, per il cui progetto fu richiesta l'approvazione dell'architetto
bolognese Alfonso Torreggiani, personalità eminente nell'ambito
dell'Accademia Clementina, ha una facciata in laterizio segnata
da quattro semplici coppie di lesene su due livelli.
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Unici elementi decorativi sono il portale e la finestra che lo
sovrasta, vaghe memorie del diffuso borrominismo settecentesco.
L'interno è a unica navata. L'uso frammentario del lessico architettonico
classico (ogni unità compositiva - la navata, le cappelle - è
dotata di un proprio ordine che, anziché correlarsi, si somma
semplicemente agli altri, con volute forzature nella sottolineatura
dei risalti e degli arretramenti dei piani) denuncia non superficiali
legami tra il Borboni e la cultura architettonica bolognese, particolarmente
del Torreggiani. Assai bello il sobrio apparato di stucchi; ugualmente
pregevoli gli intagli dei quattro confessionali, su uno dei quali
poggia il pulpito. A destra dell'ingresso principale, "Madonna
col Bambino", affresco nel secolo scorso fantasiosamente attribuito
a Giotto. Al primo altare di destra, "Gesù guarisce San Pellegrino
Laziosi", di un ignoto pittore del XVIII sec. Nella cappella successiva,
in una ancona seicentesca in legno dorato, gruppo scultoreo raffigurante
La Vergine Addolorata con Cristo morto, della bottega faentina
dei Graziani. Segue, nella terza cappella, un'altra tela anonima
(XVIII sec.) con "La gloria di un Santo Pontefice". Nel transetto,
imponente edicola riccamente ornata dal plasticatore Francesco
Callegari contenente la lapide che commemora la cerimonia di consacrazione
dell'altar maggiore, celebrata il 2 giugno 1782 da Pio VI. La
scena è raffigurata nel bassorilievo ai piedi del monumento. Alla
parete di destra del presbiterio, l'importante" Annunciazione"
dei forlivesi Livio e Francesco Modigliani, datata 1602 e firmata.
Segue una Pietà quattrocentesca, affresco staccato. In fondo all'abside,
ancona lignea seicentesca, dalla distrutta chiesa dei Carmelitani.
Alla parete sinistra del presbiterio, "Irene che soccorre San
Sebastiano", tela da identificare probabilmente con quella che
il Sassi dice dipinta "dal Carlis sopra una copia di Ciro Ferri
che lo tolse dall'originale di Pietro da Cortona". Un originale
che il moderno catalogo del pittore seicentesco non ricorda. Segue
un altro affresco staccato di particolare interesse raffigurante
"Gesù crocifisso con San Giovanni Evangelista, la Vergine Addolorata
e la Maddalena". "Sotto vi è dipinta la città di Cesena piena
di fanti che figurano un qualche avvenimento che io non so ideare"
(Sassi, 1865). Proveniente dalla sacrestia, reca nel cartiglio
sulla croce la data "MCCCCCXIIII, die XXI May". L'autore è ignoto:
collegato dapprima all'ambito del pittore forlivese Marco Palmezzano,
è stato dal Buscaroli accostato alla cultura figurativa romana
del secondo Quattrocento. Il nome, recentemente avanzato, del
pittore romano Francesco Fattinazzi (documentato a Cesena negli
ultimi decenni del Quattrocento) appare messo in discussione dalle
fonti archivistiche che lo danno morto prima del 3 aprile 1497.
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Chiesa dei Servi: "Carlo Borromeo che comunica un infermo"
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Oltrepassando la cantoria dell'organo (si noti
la bella cassa lignea con decorazioni architettoniche) si vada alla
seconda cappella sinistra dove, in una seicentesca ancona in legno
dorato, si conserva una delle tele più preziose della città, il
"Carlo Borromeo che comunica un infermo", riconosciuta, dopo molte
attribuzioni avventurose, opera del pittore veneziano attivo a Roma
Carlo Saraceni. Il quadro, di qualità straordinaria, dichiara palesemente
il moderato caravaggismo dell'autore, accostato a un realismo minuzioso
di carattere decisamente nordico, passato al Saraceni dal suo maestro,
il tedesco Adam Elsheimer. Nella cimasa della stessa ancona, "L'Assunzione
della Vergine!, piccola tela già attribuita allo stesso Saraceni,
a Francesco Andreini, a Carlo Cignani e, addirittura, a Guido Reni.Nella
controfacciata, scultura cinquecentesca proveniente, secondo la
testimonianza del Sassi, dalla tomba di Margherita Tiberti, già
in una cappella della famiglia Verzaglia. Allo stesso sepolcro apparteneva
l'iscrizione posta al disopra della statua, mentre quella collocata
nella parta inferiore proviene dalla sepoltura di Pentesilea Genga,
morta nel 1539. In alto, un'altra "Madonna col Bambino" ad affresco,
probabile lacerto della decorazione della primitiva chiesa. Uscendo
sul sagrato si veda, nel cortile sulla destra, una parte del chiostro
quattrocentesco, inglobata nella struttura dell'Azzolini.
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