Al momento delle soppressioni il vasto convento fu trasformato
in orfanotrofio e, dal 1811, in ospedale civico. Conservata questa
funzione per oltre un secolo, è oggi adibito a sede scolastica.
È stato parzialmente restaurato nel 1985. La chiesa, invece, fu
designata come sede della parrocchia di San Martino, qui trasferita
dall'antica chiesa che sorgeva nei pressi. L'edificio che il giovane
parroco don Domenico Bazzocchi si vide affidato il 2 settembre
1805 era stato quasi completamente spogliato, negli anni precedenti,
dei quadri come delle suppellettili. Praticamente nessuno si preoccupava,
a Cesena, della conservazione dell'immenso patrimono artistico
delle chiese e dei conventi soppressi. Decine di opere furono
in quegli anni vendute e disperse, quando non distrutte, senza
alcun riguardo per il loro valore. Don Bazzocchi intuì la gravità
di quanto stava accadendo e con una frequentazione assidua del
mercato in piazza, dove questo patrimonio veniva disperso, acquistò
un grande numero di tele provenienti da molte delle quarantaquattro
fra chiese, oratori e confraternite soppressi. Gli acquisti furono
condotti senza alcuna conoscenza specifica, cosicchè è facile
imbattersi, nel fantastico patrimonio ancor oggi in possesso della
chiesa, in tele di scarso e nessun valore. Come gli acquisti,
assai disinvolti furono anche i restauri e gli adattamenti cui
molte opere vennero sottoposte. In ogni caso, però, la raccolta
di quadri conservata in San Domenico è senza dubbio di inestimabile
valore artistico e storico e meriterebbe maggiori cure nella conservazione
e nell'esposizione. All'esterno, la mole della chiesa si caratterizza
per l'efficace gioco di masse, il cui effetto era probabilmente
accentuato un tempo dal contrasto con l'edilizia minore che le
si addossava. L'ingresso abituale è quello laterale, riparato
da un protiro con colonne quattrocentesche di recupero. L'interno
ha pianta longitudinale, una sola navata, tre cappelle per lato
(di cui quella centrale maggiore delle altre) e abside semicircolare.
Un potente ordine di lesene corinzie corre lungo il perimetro:
con l'alta cornice che sostiene, accentua il movimento scenografico
e la dilatazione degli spazi laterali e, allo stesso tempo, sottolinea
la limpidezza geometrica della volta a botte. Questa marcata articolazione
dei piani verticali privilegia una veduta in profondità, dall'ingresso
principale all'altar maggiore con la sua grande tela, e chiarisce
bene quanto debba a certo gusto per la spettacolarità barocca
la pur settecentesca opera dello Zondini. Nella controfacciata,
in alto, "Sant'Aldebrando resuscita la pernice", recentemente
riconosciuto come opera del cesenate Andrea Mainardi e di Cristoforo
Serra, cui spetterebbe la figura dell'uomo inginocchiato.
Nella prima cappella a destra, sull'altare, "San Donnino Martire,
San Carlo Borromeo, Santa Apollonia e un devoto", bellissima tela
di Cristoforo Savolini già in San Martino, firmata e datata (1671).
Questo quadro fu entusiasticamente definito da Francesco Algarotti,
nel 1761, "il più bel quadro che sia in Cesena". Alla parete destra,
"Il martirio di Sant'Eufemia", copia da un originale del bolognese
Giovanni Antonio Burrini. Sotto, "Gesù incoronato di spine" (XVIII
sec.), completamente ridipinto e con fondale architettonico non
originale adattato alle figure. Alla parete sinistra, "L'Eterno
Padre coi Santi Agostino, Sebastiano, Rocco e Antonio Abate" (XVIII
sec.). Sul pilastro, "Annunciazione" di Cristoforo Savolini, già
in San Martino.
Nella seconda cappella, entro l'ancona lignea (seicentesca, dalla
vecchia chiesa) un affresco cinquecentesco molto ridipinto con
"La Madonna del Rosario", già nell'omonimo, distrutto oratorio.
Nel 1999, con il restauro dell'opera, ci si è accorti dell'immagine
originale che stava sotto la ridipintura, dipinto di tutt'altro
timbro, valore e titolo: La Madonna del Latte, di raffinatissima
esecuzione. Le quattordici piccole tele con "I Misteri del Rosario"
dipinte da Francesco Andreini verso il 1750, che circondavano
l'affresco, furono danneggiate dallo scoppio di una granata: tolte
almeno trent'anni fa per essere avviate al restauro non sono più
ricomparse sull'altare. A destra, "La Vergine col Bambino" e "San
Filippo Neri", tela di ambito guercinesco. Sotto, "San Pellegrino
Laziosi risana un cieco", bellissima tela di Francesco Mancini
(c. 1720-30). A sinistra, "La Madonna col Bambino e i Santi Caterina
d'Alessandria, Giovanni Battista, Francesco e Gerolamo", del forlivese
Gianfrancesco Modigliani, databile al primo decennio del Seicento
e proveniente forse dal convento dei Cappuccini. Sul pilastro,
"Cristo risorto appare a San Tommaso", copia da Gerolamo Longhi.
Nella terza cappella, sull'altare, crocifisso ligneo del tardo
Cinquecento entro un'ancona marmorea del 1755. Sulla volta, L'Eterno
Padre (XVIII sec.). A destra, "Cristo confortato dalla Veronica",
di Francesco Andreini e "Il compianto su Cristo morto", copia
da Giovanni Cariani. A sinistra, "Cristo nell'orto confortato
dagli angeli" (XVIII sec.). Sulla porta dell'ingresso laterale,
"La Vergine col Bambino e i Santi Anna, Francesco di Sales e Carlo
Borromeo", dalla chiesa di San Severo. Quadro bellissimo, ma assai
problemalico, fu variamente attribuito fino al recente ritrovamento
del contratto di commissione (13 ottobre 1716) che ha definitivamente
confermato la paternità del veronese, ma attivo i Bologna, Felice
Torelli. Altre fonti d'archivio attestano che la figura di San
Carlo Borromeo sulla destra fu fatta aggungere a Giuseppe Milani
prima del 1770. Alla parete destra del presbiterio l'organo, costruito
fra il 1722 e il 1754 e modificato più volte nel corso del Settecento.
Nel complesso delle canne esistono elementi di costruzione cinquecentesca,
provenienti sicuramente dall'organo della chiesa vecchia. Dietro
l'altar maggiore (1846), coro ligneo (1722) di frate Antonio da
Codogno. Alla parete dell'abside, da destra, "Sant'Elena con la
croce" (XVIII sec.), una movimentata "Adorazione dei pastori"
(c. 1620-25) del faentino Ferraù Fenzoni e, in fondo, "L'adorazione
dei Magi" (c. 1565) di Pier Paolo Menzocchi, tela firmata di imponente
grandiosità, già nell'oratorio del Rosario. Di seguito, "Il riposo
durante la fuga in Egitto", tela seicentesca attribuita (Dradi
Maraldi) a Ferraù Fenzoni e "La consegna delle chiavi a San Pietro"
di Giambattista Razzani (documentato, 1628). Sulla porta della
sacrestia, "Crocfissione" variamente attribuita a Francesco o
Pier Paolo Menzocchi. Nella terza cappella a sinistra è stata
collocata la bellissima ancona seicentesca proveniente da Sant'Anna,
che contiene la tavola firmata da Scipione Sacco con "La morte
di San Pietro Martire", da datare al 1545. Dell'artista di Sogliano
restano ormai pochissime opere e questa è certamente fondamentale
per la comprensione dell'alto livello qualitativo della sua produzione
e, più in generale, degli sviluppi del raffaelismo in Romagna.
Nella cimasa, "Sant'Apollinare Vescovo e Martire" di Cristoforo
Serra, sempre da Sant'Anna, splendida tela senza dubbio fra i
capolavori del grande pittore seicentesco. Alla parete destra,
"La Vergine del Rosario con San Domenico e una folla di supplici",
del Cavalier d'Arpino, commissionata dalla Compagnia del Rosario
nel 1589 e consegnata dodici anni dopo. Passata nel Settecento
dal demolito oratorio al dormitorio del convento, l'importantissima
tela fu completamente dimenticata fino alla sua identificazione
(Dradi Maraldi) nel 1962. A sinistra, "La Vergine Assunta e gli
Apostoli", di ambito bolognese del secondo Seicento. Nel pilastro,
pregevole pulpito ligneo datato l733 con specchi intarsiati (San
Pietro Martire, San Domenico, San Francesco) del vicentino frate
Antonio Cossetti. Nella cappella successiva, sull'altare," San
Domenico in gloria", di Francesco Andreini. A destra dell'altare,
"Santo benedicente fra manigoldi", di Luigi Crespi, ovale databile
al 1735-40. A sinistra, "San Martino dona il suo mantello al povero",
bellissimo ovale di Felice Torelli (c. 1737) proveniente da San
Martino. Alla parete destra, "Cristo portato al sepolcro"(XVIII
sec.) e "Due Apostoli", parte del ciclo che dal 1635 Cristoforo
Serra e Giambattista Razzani realizzarono per il duomo.
Dopo il passaggio in San Domenico delle tele superstiti (altre,
oltre a queste, sono conservate in sacrestia) don Bazzocchi prese
la discutibile decisione di cucirle due a due ottenendo ibridi
come questo, formato da due metà chiaramente di mani diverse.
Alla parete sinistra, "La Vergine con San Michele Arcangelo e
Antonio Abate", di scuola bolognese del Seicento. Sul pilastro,
"La cena di Emmaus", probabilmente di Giuseppe Milani. Nella prima
cappella a sinistra, sull'altare, "San Vincenzo Ferreri" di Francesco
Andreini, dipinto nel 1731 e, secondo le fonti, "rinnovato" dal
medesimo Andreini nel 1749, "piacendogli molto poco il primo che
aveva fatto". A destra, "San Tommaso d'Aquino", dell'Andreini.
A sinistra "La morte di San Martino", copia settecentesca da Agostino
Carracci acquistata da don Bazzocchi come originale di Annibale.
Sotto "Cristo alla colonna" (XVIII sec.). Nella controfacciata,
infine, "Sant'Ubaldo libera un indemoniato" di Giambattista Razzani
(prima del 1629), da Santa Croce e, sotto, "Cristo e la Maddalena"
(XVIII sec.). I due chiostri del convento sono tuttora in avanzato
stato di degrado ma testimoniano ugualmente l'antica grandiosità
del complesso. Nel secondo sopravvive, seppur tamponata, una bella
loggia a colonne ioniche. Il sagrato aveva in origine dimensioni
assai più ridotte delle attuali. Della facciata del convento,
solo i primi tre archi addossati alla chiesa sono autentici; l'ala
fu ampliata attorno agli anni Quaranta quando, per volere di Benito
Mussolini, si demolirono le case che occupavano parte della piazza
odierna. Il "risanamento" dell'intera area, con l'apertura della
via Pio Battistini, sarebbe stato completato negli anni '50.